Le re-azioni possono essere una preziosa risorsa come anche un grande problema. La parola re-azione significa:

“azione o comportamento di risposta a un’azione altrui o ad un fatto, a una situazione”. In altre parole significa “portare fuori qualcosa”.

Il nostro sistema di pensiero non si chiede di dare il nulla osta alla rabbia o alla gioia o alla tristezza, ecc. Questi movimenti interiori crescono, si espandono dentro ed esplodono fuori di noi, irrompendo nella nostra quotidianità e nella nostra vita.

Le reazioni spesso non sono altro che emozioni soppresse e sono così potenti che, se anche volessimo controllarle, si manifesterebbero comunque attraverso una comunicazione non verbale che comprende l’atteggiamento del nostro corpo, le espressioni facciali, il tono di voce, lo sguardo…

Il sistema nervoso, se non permettesse alle emozioni di manifestarsi in qualsiasi modo, si “surriscalderebbe” creando, tra le altre cose, anche sintomi fisici.

Tutti i cervelli sono uguali, la parte biologica è sempre la stessa per ognuno di noi.

Ci siamo mai chiesti se anche i nostri genitori percepissero le emozioni esattamente come le sentiamo noi?
E le tanto nominate ferite emotive ognuno le prova allo stesso modo o in modi diversi?

Credo che ciascuno di noi attui una conseguenza comportamentale soggettiva, in relazione ad una profonda e personale ferita emotiva, ma ciò che sentiamo dentro è esattamente ciò che sentono tutti gli altri.

In tal senso magari abbiamo sperimentato la ferita d’abbandono e per questo possiamo o incolpare i nostri genitori reagendo con rabbia quando loro magari in là con gli anni ci chiedono aiuto, o possiamo cercare di capire, di comprendere cosa sia accaduto per poter così guarire questa ferita.
E qui, nel nostro atteggiamento, c’è la differenza tra il rimanere nel problema o trasformare il tutto in consapevolezza che può portarci a cogliere opportunità e trovare soluzioni nella nostra vita di ora.

E per comprendere è necessario calarsi nella realtà di allora.

Per i nostri padri o nonni, la vita era sopravvivenza.
Per i genitori riuscire ogni giorno a sfamare i loro figli era una conquista.
Durante la guerra si lottava con la paura di vivere o morire.
Nel post guerra con la carestia che la guerra stessa aveva lasciato.

Carezze, abbracci, presenza, non sapevano nemmeno come comunicarli tanto erano prigionieri del timore di morire.

E spesso è proprio da qui, da questi sentiti bio-logici (logici per la vita), che si sono installate delle convinzioni, delle regole, che ci portiamo dentro a livello genetico, nelle cellule trasmesseci dai nostri familiari sui temi del lavoro, del denaro e della vita.

Ed ecco perché, ad oggi, nonostante tutto il benessere e l’abbondanza che ci circonda spesso manifestiamo attaccamento e morbosità nei confronti del denaro.
Il retaggio ha instaurato degli echi potenti, che ancora pilotano i nostri pensieri: Il denaro è libertà, il denaro è il salvavita.
Più denaro si ha e più percepiamo sicurezza.
Per avere denaro si ha da lavorare, più si lavora più denaro si ha.
Lavoro significa fatica.
Quindi per logica equazione è faticoso avere del denaro.
Ragionamento molto razionale ed attuale.

Credo che sia i nostri genitori, che i nostri nonni e bisnonni non abbiano conosciuto l’importanza della loro nascita come personale opportunità di realizzazione.
Con ogni probabilità non hanno ricevuto sostegno, garanzie emotive, incoraggiamento ed affetto e magari hanno quasi sicuramente provato abbandono, rifiuto, spesso umiliazione, magari vedendosi sottratta l’innocenza, che risiede nei cuori dei bambini.

Alla luce di tutto questo non siamo severi se riteniamo di non aver ricevuto amore, nemmeno chi è venuto prima di noi l’ha conosciuto.

Noi però possiamo fare una grande differenza.
Possiamo comprendere ciò che è stato e se lo facciamo con il cuore possiamo davvero ringraziare!

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