Perché non riesco mai a dire di no?”
“Mi sento in colpa per tutto, come posso fare?”
“Ci sono situazioni in cui scatto come una molla, non capisco perché, è più forte di me.”

Queste sono alcune delle domande che spesso mi vengono rivolte in relazione d’aiuto e per trovare una buona risposta abbiamo da andare ad osservare quali sono i meccanismi di difesa dell’Io e comprendere, prima di tutto, i cosiddetti “strati dell’Io”.

Per descriverli e per spiegare quello che succede a una persona, dal momento del concepimento in poi, mi avvalgo del modello psicologico e della mappa ideati dall’IBP institute (integrative body psychotherapy). Eccolo qui sotto rappresentato.

strati dell'io agency

Possiamo immaginare che ognuno di noi abbia una struttura interiore composta da quattro strati dove al centro è posizionato il “vero Sé”.

Gli altri tre strati, dal più vicino al più lontano dal vero sé, sono rispettivamente lo strato delle ferite emotive, quello del carattere e quello dell’agency.

Ogni strato è una parte reale e distinta di ciascuno di noi e tutte insieme costituiscono chi siamo.

Ciascuna di queste zone è abitata da specifici pensieri, emozioni e sensazioni che ci portano a tenere comportamenti coerenti a quei pensieri, emozioni e sensazioni. 

Vediamo i vari strati in dettaglio e analizziamo i meccanismi di difesa dell’io.

Il primo strato: il Vero Sè

Il cuore rappresenta il nostro “vero Sé” ovvero la nostra autenticità, la nostra integrità, la nostra centratura.

È la nostra vera Essenza, ovvero chi noi siamo in realtà senza tutti i meccanismi che si vengono successivamente a creare dal momento del concepimento in poi.

Questo strato entra in gioco nelle esperienze di vita più elevate:

  • nell’amore e nell’amare,
  • nella meditazione, 
  • nella contemplazione estasica.

Quando siamo nel nostro centro ci sentiamo profondamente in armonia con noi stessi, con gli altri e con tutto ciò che ci circonda. 

Qui siamo spontanei, sereni, felici perché ci sentiamo liberi di essere e di manifestare chi siamo e ci sentiamo liberi di accettare, riconoscere e vivere le nostre emozioni.

In questo strato siamo infatti abitati da integrità e sicurezza interiore.

ascoltare il cuore

L’amore sia verso noi stessi che verso gli altri è la guida che ci permette di creare dei buoni confini in grado di garantire il giusto equilibrio tra vicinanza e distanza, cosa che rispetta sia il nostro bisogno di individualità che di socialità.

In questa zona vivono quindi pensieri, emozioni e comportamenti originati dall’apertura, ovvero dall’amore.

Per approfondire leggi anche:
cosa fare quando ci si perde, imparare ad ascoltare il cuore

Il secondo strato: le ferite emotive e le emozioni represse

Questa è la zona che ospita i nostri bisogni più intimi quali il bisogno di contatto, di affetto, di sentirsi visti, ascoltati, apprezzati, il bisogno di esprimere liberamente le emozioni, cose che spesso e volentieri sono rimaste disattese o represse facendoci soffrire.

È lo strato che ospita infatti le nostre ferite emotive oltre che tutto quello che la nostra famiglia ha punito e la nostra educazione ha soffocato.

Possiamo quindi dire che la storia della nostra infanzia è racchiusa in questa zona.

Teniamo presente che i genitori educano con quello che sono, di conseguenza, se per primi non hanno ricevuto amore, non conoscendolo, non saranno nemmeno in grado di trasmetterlo nel concreto.

E questo continuerà di generazione in generazione finché qualcuno non si prenderà l’onere e, per come la vedo io anche l’onore, di spezzare questa catena.

In questa zona la paura della sofferenza fa da padrona e mette la persona, anche se adulta, in una condizione di fragilità emotiva che la porterà a ricercare quanto non ricevuto dai genitori da qualcun altro, come ad esempio dal partner, dal datore di lavoro, dagli amici, dai figli…

Per uscire da questa dinamica disfunzionale è necessario scegliere consapevolmente l’unica via possibile ovvero il darsi in prima persona ora, quello che non si è ricevuto allora. 

Se non lo facciamo e continuiamo ad aspettare che qualcuno da fuori ci dia l’amore bramato potremmo rimanere nella sofferenza per sempre.

Finché non sceglieremo di prenderci cura dei nostri bisogni, metteremo alla guida della nostra vita il bambino ferito che per non sentire il dolore continuerà a proteggersi attraverso gli strati difensivi adottati nell’infanzia.

bambino ferito

Primo meccanismo difensivo dell’io: l’agency

Il primo degli strati difensivi a formarsi è quello dell’agency che nella figura appare come quarto e ultimo strato.

Non a caso occupa questo posto in quanto è la difesa che più ci allontana dal nostro centro e quindi da noi stessi.

Questa struttura nasce nell’infanzia, quando i genitori non sono pronti e disponibili ad accogliere le esigenze e i bisogni del bambino appena questi si manifestano.

Per approfondire leggi anche:
rapporto genitori-figli, manuale per l’uso e consigli utili da seguire

E non serve che i genitori facciano chissà che, basta ad esempio che siano usciti un attimo per fare la spesa o per andare al lavoro o che magari stiano affrontando un qualcosa che li distrae anche per pochi minuti dalla presenza verso il bambino…

In tutti questi casi il piccolo per attirare a sé la sua fonte di sopravvivenza e amore adotterà tutta una serie di strategie utili allo scopo, come ad esempio fare gorgoglii e sorrisoni incredibili, usare lo sguardo soprattutto per ammaliare la mamma, fare il buono e il bravo reprimendo ciò che sente…

Se queste strategie funzionano e il genitore arriva a prendersi cura di lui, il bimbo comprende che per essere amato, nutrito, coccolato, visto, accolto ha prima da fare qualcosa lui.

Questo nel tempo diventa un atteggiamento che se non viene riconosciuto e trasformato ci porta anche da adulti a:

  • mettere sempre prima gli altri di noi stessi,
  • vivere di sensi di colpa quando per qualsiasi motivo scegliamo noi stessi,
  • scollegarci dai nostri desideri e bisogni perché sempre troppo occupati a soddisfare quelli degli altri, 
  • scollegarci dalle nostre emozioni che reprimiamo per non rischiare di danneggiare il rapporto con l’altro.

Ecco perché questo strato difensivo è il più lontano dal nostro centro: per ricevere ciò di cui abbiamo bisogno (stima, approvazione, riconoscimento, amore, accettazione, cura…..) diventiamo quello che gli altri vogliono, rinnegando continuamente noi stessi.

Qui vive il “sì a te (e alla relazione) e no a me

E se questo non funziona?

Ovvero cosa accade se pur mettendo in atto strategie per arrivare a veder soddisfatti i nostri bisogni, questi continuano a rimanere disattesi?

Andiamo nello strato difensivo del carattere

Questo si forma sempre nell’infanzia quando le strategie adottate per richiamare la figura di sopravvivenza e amore falliscono.

In questi casi il bambino, abitato da emozioni di paura per la sopravvivenza e rabbia per i tentativi non andati a buon fine, smette di fare qualsiasi cosa per attirare il genitore.

In lui si origina il pensiero del “Vai a quel paese (genitore)! Non posso contare su di te, ho da fare tutto da solo”.

Al contrario dell’agency che dice “si a te e no a me”, nel carattere vive il “no a te (e alla relazione) e si a me”. Il punto è che il sì verso se stessi non è una scelta di cuore bensì una scelta reattiva dettata dalla paura di ri-sentire le ferite emotive del “non c’è nessuno che si prende cura di me, che mi ama, che mi protegge, che…”.

Il carattere, o ego o maschera o difesa caratteriale, ha infatti lo scopo di proteggerci dai percepiti pericoli esterni che potrebbero rimetterci in contatto con il dolore associato alle ferite.

faro mare

Anche la difesa caratteriale, come l’agency, essendo diventato un atteggiamento, si attiva da adulti in modo automatico e in questo caso ci porta a mettere distanza tra noi e l’altro.

Di fatto i meccanismi difesivi (agency e carattere) emergono nei momenti di maggiore tensione, quando qualcosa, per noi, diventa “troppo”: troppo doloroso, troppo stressante, troppo stancante ma anche il troppo amore o la troppa intimità li innescano.

E il “troppo” è un percepito estremamente soggettivo che può attivarsi per i più disparati motivi, come ad esempio quando qualcuno non è d’accordo con noi o lascia qualcosa in disordine o non ci telefona per sentire come stiamo o ci suona il clacson o ci abbraccia o ci dice “ti amo” o sta per lasciarci o quando ci ritroviamo a passare del tempo solo con noi stessi.

Spesso tendiamo a negare o a nascondere queste parti di noi che di fatto non ci piacciono, ma finché non comprendiamo veramente di cuore che le abbiamo adottate come atto d’amore verso noi stessi, che ci ha permesso di continuare a vivere in un ambiente percepito come ostile, difficilmente riusciremo a riconoscerle e trasformarle.

Come interrompere questi meccanismi di difesa dell’io?

Solo vedendo le nostre parti reattive e prendendocene cura possiamo arrivare ad interrompere questi meccanismi di difesa e iniziare a vivere la vita e le relazioni in modo più autentico e realizzante.

Con queste strutture infatti entriamo in relazione sia con noi stessi che con gli altri e se da un lato ci proteggono impedendoci di accedere alla zona di vulnerabilità, per non sentire il dolore delle ferite vissute, dall’altro ci impediscono una profonda intimità e connessione sia con noi stessi che con l’altro, in quanto oltre a filtrare la sofferenza filtrano anche i sentimenti di amore, di gioia, di spontaneità, di autenticità.

Di fatto tutte le persone del mondo, nessuna esclusa, presentano questa struttura (vero Sé, ferite emotive, carattere/difesa caratteriale,  agency) e ognuna, come sistema adattativo-protettivo, tenderà a scegliere da adulta quello che da bambina ha funzionato di più e meglio per lei.

Alla luce di questo, visto che non è possibile eliminare questi meccanismi di difesa dell’io, come possiamo far in modo che impattino il meno possibile nella nostra vita e nelle nostre relazioni?

Come prima cosa abbiamo da diventare consapevoli a quali meccanismi esattamente ricorriamo per proteggerci.

Successivamente abbiamo da comprendere quando e cosa li fa attivare, questo ci permetterà di capire con quale sguardo valutiamo quelle situazioni.

Ricordiamoci sempre che le nostre emozioni non dipendono dagli eventi cui entriamo in contatto ma da come li guardiamo e li giudichiamo.

Se impariamo ad osservarli con occhi nuovi e a diventare più forti di quello che al momento ci spaventa ecco che via via ci libereremo sempre più dalla presa di questi meccanismi che pian piano perderanno potere su di noi.

E nei prossimi articoli, sull’argomento, vedremo come fare…

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