“Perché proprio a me?”

Questa domanda, che oggi si è palesata durante un incontro di coaching, l’ho rivolta tantissime volte a me stessa in passato.

Sono parole che ho accolto con tutta la sofferenza che contenevano, alimentando allo stesso tempo la speranza che la persona che le aveva pronunciate ne potesse scoprire il significato profondo racchiuso per lei e la sua vita.

Per un attimo mi hanno riportata al periodo della rottura del mio matrimonio e di un lutto importante, agli anni del dolore cronico e delle difficoltà che si susseguivano una dietro l’altra

In questo lungo lasso di tempo, dove niente di quello che facevo per stare meglio sembrava funzionare, mi sono chiesta spesso, abitata da un grande senso di ingiustizia e impotenza: “Perché proprio a me?!”

Accogliere senza giudizio per comprendere

Quando stiamo vivendo una situazione impegnativa difficilmente riusciamo ad osservare con lucidità la realtà. Ne siamo troppo coinvolti emotivamente. Questo accade perché anziché accogliere, come un fatto, ciò che si presenta nella nostra vita, lo rifiutiamo giudicandolo.

Paradossalmente, non ci rendiamo conto che è proprio questo atteggiamento a portarci e mantenerci nel dolore e nella sofferenza.

Cosa accadrebbe se invece di giudicare ci mettessimo davanti agli eventi vestendo il ruolo dell’osservatore neutro e curioso?

Un’antica leggenda Zen narra che tantissimi anni fa, in un piccolo villaggio delle campagne cinesi, viveva un uomo con suo figlio. Possedevano solo una casa modesta, un campo e un cavallo che seppur vecchio li aiutava a coltivare il campo.

Un giorno il cavallo spaventato da un brutto temporale scappò. Quando i vicini vennero a conoscenza del fatto si precipitarono immediatamente dal contadino per consolarlo: “Ci spiace tantissimo, sei stato proprio sfortunato!” 

Il contadino, che era un uomo saggio, li accolse rispondendo: “Sfortuna, fortuna, chissà!”.

Dopo qualche giorno il cavallo fece ritorno portando con sè un’intera mandria di cavalli selvaggi! I vicini questa volta, corsero dall’uomo per congratularsi con lui: “Incredibile, sei stato proprio fortunato!”. E lui disse loro: “Fortuna, sfortuna, chissà!”.

Il mese seguente, mentre il figlio cercava di domare uno di questi cavalli venne sbalzato a terra rompendosi una gamba. I vicini preoccupati corsero nuovamente dal contadino affermando: “È una vera sfortuna che tu in questo momento non possa avere l’aiuto di tuo figlio per coltivare il campo”.

Di nuovo il contadino, con serenità, rispose loro: “Sfortuna, fortuna, chissà!”.

Alcuni mesi dopo il Giappone dichiarò guerra alla Cina. Al villaggio arrivarono degli emissari del governo per reclutare tutti i giovani in buona salute da inviare al fronte. L’unico esentato fu proprio il figlio del contadino.

I vicini per l’ennesima volta si recarono nella sua casa dicendogli: “Sei stato davvero fortunato! Tuo figlio è qui con te mentre i nostri stanno combattendo”

Il vecchio saggio ancora una volta rispose: “Fortuna, sfortuna, chissà!”.

Da quel giorno, il contadino andò spesso a trovare i suoi vicini per sostenerli ma ogni volta che uno di loro si lamentava gli chiedeva: “Come fai a sapere se questa cosa per cui ti affliggi è veramente un male?”. 

Al contrario, se qualcuno si rallegrava troppo, gli chiedeva: “Come fai a sapere se questa cosa per cui gioisci è veramente un bene?”.

contadino cinese

Ciò che gli abitanti di quel villaggio appresero dal contadino fu di non giudicare mai troppo in fretta gli avvenimenti della vita. 

Impararono ad accoglierli con la consapevolezza che tutto, nel tempo, avrebbe potuto rivelarsi diverso da come a prima vista appariva.

Così è stato per me.

“Perché proprio a me?” Perché tutto accade per noi!

Immersa nella mia sofferenza e arrabbiata con il mondo intero, non avevo la capacità di connettermi all’unico spazio da cui potevano arrivare buone risposte al “perché proprio a me?”: il mio Sé profondo.

A dire la verità era un luogo che nemmeno sapevo esistesse.

Io tutta “mente e fare” come potevo mettermi in ascolto della voce del cuore? Veramente il cuore aveva una voce?

Ebbene sì, ce l’ha. Possiamo però sentirla solo se impariamo a far tacere la mente.

Zittire la testa può veramente portarci a comprendere quanto le difficoltà che la Vita ci mette di fronte, non siano altro che opportunità nascoste (a volte molto ben nascoste).

Visto che niente di per sé stesso è bello o brutto, giusto o sbagliato in assoluto perché, anziché giudicare in modo precipitoso gli avvenimenti spiacevoli della nostra vita, non ci apriamo alla possibilità che lì ci sia qualcosa di utile per noi?

Considerando che nel corso della nostra vita ci saranno sicuramente successe e ancora ci succederanno tantissime cose inaspettate cosa accadrebbe, se anziché vederle come negative e far loro la guerra, alimentassimo l’idea che potrebbero essere le cose migliori che potevano accaderci?

Come cambierebbero le cose per noi, se invece di stare nel rifiuto di ciò che c’è, che comunque non cambia, accogliessimo la realtà per quella che è accettando la sfida che la Vita ci sta mettendo davanti per crescere, diventare più forti o “semplicemente” correggere ciò che non sta andando?

cuore nuvole cielo

Arrivare a dire grazie al “perché proprio a me?”

Nel momento in cui dentro di me, il “perché proprio a me?” sono diventate parole orientate alla ricerca di un senso, è cominciato un periodo di esplorazione interiore che mi ha aperto un mondo nuovo e sconosciuto.

Per approfondire leggi anche: cos’è la gratitudine e come può dare valore alla nostra vita?

La cosa “bella” dei periodi impegnativi è proprio questa: ci spingono alla ricerca della verità, ci sfidano ad avvicinarci al nostro centro passando inevitabilmente attraverso le nostre ferite.

Non ci concedono più di compensare le nostre reattività quotidiane, le nostre fragilità, i nostri dolori, i nostri vuoti interiori attraverso palliativi come il cibo, la televisione, il lavoro, le relazioni o altro…

Non ci permettono più di nascondere o di mascherare la sofferenza del nostro animo. Ci fanno capire molto bene che, se veramente vogliamo stare bene, abbiamo da smettere di delegare il nostro benessere a qualcuno o a qualcosa fuori di noi. Ci chiedono di ricercare dentro quel qualcosa che sia veramente funzionale a curare e sanare ciò che ci impatta.

E cosa può essere questa cosa se non l’amore verso noi stessi? Quell’energia che facciamo vivere concretamente quando scegliamo di fermarci e di sederci accanto a quel dolore dicendogli “sono qui, non mi muovo: ti vedo e ti ascolto”.

Leggi anche: come prendersi del tempo per sè stessi, come riuscirci e quali sono i benefici

“Stare” voce del verbo “scoprire”

“Stare” per quanto impegnativo è un tempo meraviglioso. 

È quello spazio che, se vissuto al meglio, ci permetterà di arrivare a quel rinnovamento di noi e della nostra vita che, spesso inconsapevolmente, abbiamo chiesto attraverso le nostre insoddisfazioni e i nostri lamenti. È quel luogo dove possiamo sentire le nostre emozioni, il nostro corpo e i messaggi che ci portano.

Il mio di corpo, attraverso il dolore, mi stava urlando che stavo vivendo una vita non mia. Una vita in cui il mio Essere non aveva modo di manifestarsi perché bloccato dalle paure che mi abitavano.

L’Amore, nel suo vero significato, non sapevo cosa fosse e non conoscendolo non potevo darlo né a me stessa né agli altri. Mi illudevo di amare e di amarmi mentre in realtà me la stavo solo raccontando.

caffè stare fermo

Attraverso lo “stare” ho visto quanto ogni mia azione fosse mossa dal bisogno. Dalla necessità di ricevere approvazione, apprezzamento, considerazione, riconoscimento, … Tutte cose in cui vive l’energia della paura.

Ad oggi posso dire che quel dolore fisico e quella sofferenza emotiva sono stati il mezzo per iniziare il cammino di ritorno a me stessa. Ho imparato tantissimo grazie a questa esperienza e scommetto che, se osservi bene le difficoltà che hai vissuto e superato fino ad ora, anche tu puoi dire lo stesso.

Chi sei diventatœ grazie agli eventi impegnativi che hai vissuto?

Chi stai diventando proprio ora grazie a quelli che magari stai affrontato?

Se abbracciamo questa visione il “perché proprio a me?” non può che spingerci a contattare il nostro luogo saggio con la certezza che lì troveremo le nostre risposte con i nostri tempi.

La comprensione ci richiede apertura e fiducia nella Vita: nella sua capacità di metterci o riportarci nella strada migliore.

Se qualcosa succede a noi è solo perché noi siamo l’unica persona che ha la possibilità di trarre un senso profondo da quell’esperienza!

Il grande senso nascosto dentro il “Perché proprio a me?”

Ricercare il senso nascosto dietro la sofferenza è una scelta. Come lo è il volersi spostare dal lamento alla responsabilità.

Per quanto mi riguarda è stata una decisione impegnativa ma tra tutte le strade sperimentate è stata l’unica che mi ha permesso di non sprecare sia il messaggio, che queste esperienze mi stavano portando, che la conseguente opportunità di crescita.

È stata la via che mi ha portata a smettere di vivere in delega per farlo da protagonista, a capire che sono causa e non effetto di quello che mi succede.

Mi ha permesso di spezzare il ciclo vizioso della sofferenza che inconsapevolmente autoalimentavo ma soprattutto mi ha permesso di rendere tutto questo un dono da mettere a disposizione degli altri, a cominciare da Matteo e Claudia, i miei figli.

Portare concretamente nel mondo ciò che siamo diventati grazie alla sofferenza è proprio ciò che la trascende trasformandola in quell’amore che solo noi, in quanto esseri unici e preziosi, possiamo portare nel mondo.

Viste così le cose possiamo dire che non c’è nulla che accada “a te o a me”, ma tutto “per te o per me”.

La certezza profonda che mi abita da allora è che se un’esperienza non finisce nell’amore vuol dire che non è ancora conclusa. Non ne abbiamo cioè ancora colto il grande senso nascosto.

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