Il senso di vuoto è quel sentito che nasce quando siamo insoddisfatti della nostra vita, quando avvertiamo una mancanza di significato nel nostro esistere, quando ci percepiamo soli.

Generalmente l’emozione che lo accompagna è la tristezza e il senso di solitudine. Arriva quando i nostri pensieri si concentrano sulla mancanza.

Ci sentiamo vuoti quando dirigiamo la nostra attenzione su ciò che non c’è più, su ciò che abbiamo perso, su ciò che ancora non abbiamo…

Ci sono, ad esempio, persone con un buon lavoro, un buon tenore economico, una bella casa e una bella macchina che si sentono vuote perchè non hanno un partner.

Al contrario ce ne sono altre che hanno ottime relazioni ma percepiscono un senso di vuoto perchè non si sentono realizzate.

Ad altre ancora può mancare la salute che impedisce loro di fare determinate cose e questo può renderle sofferenti e insofferenti.

È importante comprendere che il senso di vuoto non è un qualcosa di oggettivo, di fisico. È un’emozione e, come tale, dipende esclusivamente da ciò che pensiamo: da come giudichiamo, valutiamo, ci approcciamo a ciò che abbiamo o a ciò che ci manca.

luce e buio

Chi vive con gratitudine, presenza, valore, pienezza ciò che c’è nella sua vita, difficilmente avverte questo sentito. Al contrario, chi non è in armonia con le cose e le persone che lo circondano, chi non riesce a cogliere la bellezza che ha attorno, chi non si sente sereno dove vive, chi non si sente realizzato e soddisfatto di ciò che fa può originare questo malessere dentro sé stesso.

Il senso di vuoto è di fatto un’emozione negativa che, come ogni altra emozione negativa, ci segnala che in noi c’è un problema da risolvere e in questo caso il problema su cui intervenire è che non siamo felici.

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Il senso di vuoto è strettamente legato al cambiamento

La vita è eterno mutamento. Tutto ha un inizio e una fine. Finiscono i percorsi scolastici, le vacanze e le relazioni, i figli crescono e se ne vanno per la loro strada, i programmi con gli amici o quelli di lavoro talvolta “saltano”, le persone muoiono…

In questi casi, e non solo, è facile sentire un senso di vuoto interiore. Io l’ho percepito spesso e ho compreso che ciò che lo originava in me era il cambiamento. E non importava se era un cambiamento negativo o positivo, quella situazione che mi ritrovavo a vivere, mi faceva comunque sentire smarrita, disorientata, vuota.

Per approfondire leggi anche: come affrontare la resistenza al cambiamento

Per tantissimi anni ho sofferto di dolore cronico. La sofferenza mi accompagnava dalla mattina quando aprivo gli occhi fino alla sera che li richiudevo.

Quando ho finalmente trovato la via per stare sempre meglio, man mano che il dolore fisico si attenuava o scompariva per un certo lasso di tempo, ho notato che, anche se stava succedendo qualcosa di bello, ciò che percepivo era un grande senso di vuoto. La mancanza di qualcosa con la quale mi ero identificata.

Non era il dolore fisico a mancarmi, anzi, ero grata per il ritrovato benessere, eppure questo stato seppur positivo mi destabilizzava. Avvertivo disagio.

Percepivo una sensazione di “frastornante assenza” che avrei tanto voluto colmare con qualcosa. Qualsiasi cosa sarebbe andata bene.

In realtà, in quel momento ho scelto di agire in modo nuovo e diverso rispetto al solito. Ho scelto di stare con quell’emozione. L’ho accolta e ascoltata per comprendere cosa voleva dirmi.

Fare questo mi ha portata a capire che anche se non rimpiangevo ciò che stavo lasciando, avevo comunque paura di quello che sarebbe arrivato al suo posto.

Non rimpiangevo il dolore ma il nuovo stato di benessere fisico mi spaventava molto: temevo non sarebbe durato. In più la mia nuova realtà mi sfidava a fare scelte, a prendere decisioni, a mettere in atto azioni che fino in quel momento avevo rinviato.

A voi, ad esempio, è mai successo di sentirvi destabilizzati quando i figli sono diventati grandi e hanno iniziato a fare scelte autonome per la loro vita? E quando sono usciti di casa come vi siete sentiti?

Cosa si è mosso in voi quando avete finito quel progetto lavorativo che tanto vi aveva impegnato?  Il tempo libero a disposizione come l’avete vissuto emotivamente? O ancora, cosa avete percepito quando è arrivato il momento della pensione? E quando si è conclusa una relazione sentimentale? …

Generalmente quando le persone mi raccontano queste loro esperienze ciò che emerge è che avvertono un grande senso di vuoto dovuto al cambiamento avvenuto. 

La differenza tra un prima, dove regnava l’abitudine, e un dopo con tutta la sua novità, non passa in sordina.

Se in questi casi, invece di colmare il senso di vuoto con qualcosa da fuori, scegliamo di stare con la sensazione, se scegliamo di accoglierla e comprenderla, potremmo accorgerci che ci viene data l’opportunità di riempire questo sentito non con inutili palliativi, che aumentano solo l’insoddisfazione, la dipendenza e la paura bensì con altro.

Cosa accade quando percepiamo il senso di vuoto?

Quando percepiamo un vuoto interiore, generalmente facciamo fatica a conviverci, cerchiamo di “compensarlo” il prima possibile. Per non sentirlo ricorriamo a cose esterne come relazioni, dolci, cibo, fumo, alcol, lavoro, impegni, televisione, ecc.

Il punto è che tutte queste cose difficilmente riusciranno a colmare il senso di vuoto, in quanto essendo un vuoto di senso, è un qualcosa che nasce dentro di noi. Dipende da come osserviamo e interpretiamo la realtà.

Solo un nostro cambio di prospettiva può veramente trasformarlo.

L’esterno infatti può solo garantirci un piacere o una soddisfazione momentanea, ma difficilmente ci porterà verso una felicità autentica e duratura, l’unica capace di riempire veramente quel “buco”.

Di fatto, il fuori, L’esterno, a cui generalmente ricorriamo, ha solo lo scopo di non farci sentire il senso di vuoto. Ma non avvertirlo perchè lo stiamo “soffocando” sotto qualcos’altro, non significa averlo colmato.

come colmare il senso di vuoto

Ed è proprio qui che la tristezza arriva. Fa capolino quando ci rendiamo conto che tutto quello che facciamo per riempire il vuoto non funziona. Inevitabilmente questo ritorna ancora e ancora.

Inoltre, ricorrere al fuori per generarci uno pseudo-stato di benessere, spesso e volentieri peggiora la situazione in quanto ci porta a dipendere da tutto quello che illusoriamente ci serve per riempirci e a distrarci.

Se ad esempio crediamo che sia il mangiare dolci a generarci benessere, ogni volta che percepiamo il senso di vuoto avvertiremo la necessità di abbuffarci con qualcosa di zuccherato. Leghiamo, erroneamente, il nostro stare bene alla presenza dei dolci, cosa che ci porta a sviluppare dipendenza da questi.

E la dipendenza ci porta, a sua volta, nel timore di non averli a disposizione nel momento del bisogno e questo, inevitabilmente, ci porta nel controllo: se crediamo che il nostro benessere dipenda dai dolci, il pensiero di non averli a disposizione nell’esatto momento in cui avessero da servirci ci destabilizza.

Di fatto, il controllo non è altro che paura e la paura non è altro che la madre di tutte le emozioni negative quali rabbia, delusione, tristezza

banner vinco la paura

In definitiva ciò che avrebbe da farci stare bene in realtà non fa altro che portarci nella sofferenza.

E, paradossalmente, quando siamo nella sofferenza, ancora di più tendiamo a ricorrere alla cosa da cui dipendiamo. Ancora di più faremo di tutto per ottenerla, facendola diventare così ancora più importante e fondamentale nella nostra vita.

Questo farà sì che avremo ancora più paura di non averla a disposizione nel momento del bisogno, e questo ci porterà ancora di più nel controllo e nella paura di trovarci senza quella che crediamo essere la fonte della nostra felicità.

Come fare ad uscire dal vortice della sofferenza del senso di vuoto?

Man mano che in noi aumenta la paura, cresce di pari passo anche la sofferenza che ci porta nuovamente a ricorrere alla cosa ritenuta essenziale per il nostro benessere. Entriamo in un ciclo vizioso senza fine che si auto-alimenta costantemente, a meno che non scegliamo di fare l’unica cosa saggia possibile: mettere in dubbio il pensiero iniziale, ovvero il credere che sia quella cosa a cui ricorriamo, a farci stare bene.

Per farlo chiediamoci:

  • è vero che questa cosa mi fa stare veramente bene sia prima, che durante, che dopo?
  • È vero che quando ricorro a lei trovo veramente il benessere bramato?
  • Quali sono gli indicatori che mi dicono che è così?
  • Quanto dura l’effetto?
  • Quali sono gli indicatori che mi dicono che NON è così?

Quanto detto sopra per i dolci vale anche per tutte le altre cose o persone a cui deleghiamo il nostro benessere: le sigarette, la televisione, il lavoro, gli impegni che ci prendiamo, gli oggetti che acquistiamo, il partner, gli amici e in generale le persone a cui ricorriamo.

Niente di questo funzionerà mai veramente.

Potranno essere degli ottimi diversivi, che ci permetteranno di distrarci dal vero problema ma, di fatto non riusciranno mai a renderci felici.

É come se a casa avessimo il rubinetto della cucina che perde, ma siccome al momento non vogliamo prendercene cura, decidiamo di mettere uno spazio tra noi e il problema. Di conseguenza usciamo per andare a fare la spesa, poi passiamo a trovare degli amici, successivamente ci fermiamo a pendere un caffè e chi più ne ha più ne metta ma, prima o poi, a casa abbiamo da tornarci e indovinate cosa troviamo?

Il rubinetto che perde!

Uscendo e distraendoci non abbiamo risolto il problema, semplicemente l’abbiamo evitato. Abbiamo, forse, smesso di pensarci per un po’ ma distrarci pensando che questa sia la soluzione più opportuna, non funziona!

Qualunque cosa al di fuori di noi, è solo una soluzione fittizia e illusoria. La usiamo allo scopo di riempire momentaneamente un secchio bucato che inevitabilmente continuerà a svuotarsi finchè non ci decidiamo a ripararlo.

Per colmare il senso di vuoto ciò che veramente può essere risolutivo è portare la vera felicità all’interno della nostra vita. Questa è a mio avviso l’unica cosa in grado di rimarginare la falla nel secchio.

senso di felicità mara carraro

Il punto è che la felicità è un’emozione e le emozioni non dipendono dall’esterno.

Il nostro stare bene non dipende dai dolci, dal lavoro, dalle persone. Non dipende da quello che accade o da ciò che fanno o non fanno gli altri.

Le nostre emozioni dipendono solo da noi: sono la conseguenza dei pensieri che facciamo, della nostra valutazione degli eventi e delle situazioni con cui veniamo a contatto.

Ciò significa che niente e nessuno, al di fuori di noi, può renderci felice.

Solo noi possiamo farlo.

Quando veramente comprendiamo che il senso di vuoto è la conseguenza dell’assenza di felicità nella nostra vita e che mai la troveremo  in cose o persone  fuori di noi, allora e solo allora saremo pronti e disponibili a scegliere di fare l’unica cosa possibile per andare oltre il senso di vuoto: assumerci la totale responsabilità della nostra felicità.

Questo ci porterà ad agire concretamente per farla crescere dentro di noi e uno dei meravigliosi effetti collaterali che questo genererà sarà proprio quello di colmare il senso di vuoto.

Come possiamo iniziare ad assumerci concretamente la responsabilità della nostra felicità?

Allenando e agendo costantemente le vie che ci portano a generare le emozioni positive. Ecco di seguito alcuni consigli pratici.

numero 1Cerchiamo e godiamo della bellezza presente attorno a noi

Saper cogliere la bellezza in tutto ciò che ci circonda è la via che parte dagli occhi e arriva dritta al cuore.

Proviamo infatti emozioni positive e senso di pienezza quando riusciamo a vedere cosa c’è di buono attorno a noi nelle situazioni che viviamo, in casa, nel lavoro, nelle persone che ci circondano, ecc.

La bellezza c’è e si nasconde ovunque, anche nelle situazioni più impegnative: può essere presente in uno sguardo, in un gesto, in una parola…

Albert Einstein diceva che ci sono due modi di vivere e vedere la vita: uno è pensare che niente sia un miracolo, l’altro è pensare che ogni cosa sia un miracolo.

È che troppo spesso, dando per scontato ciò che abbiamo attorno a noi, difficilmente riusciamo a riconoscergli il prezioso valore e ad apprezzarlo con profondità.

Per riuscire veramente a cogliere la bellezza con il cuore chiediamoci: cosa vedrebbe di bello un cieco se all’improvviso riacquistasse la vista?

bellezza fiore

numero2Concentriamoci con gratitudine su quello che è presente nella nostra vita

Se nutriamo la nostra mente di presenza, se coltiviamo la gratitudine per tutto ciò che abbiamo, allora in noi non potranno che nascere che emozioni positive e senso di pienezza.

Concentriamoci su ciò che c’è: sulle cose che abbiamo, sulle persone vicine con le quali abbiamo la possibilità di condividere il nostro tempo, le nostre esperienze, la nostra vita.

Godiamone pienamente con presenza e sentiamo la gratitudine per questo tempo. Vediamolo come un bene prezioso, come un grande dono che la Vita ci dà e ci ha dato.

E qualora la nostra mente tornasse a ciò che ci manca, a chi ci ha lasciato, a cosa ancora non abbiamo raggiunto, accompagnamola subito sulla presenza, su chi c’è, su quello che abbiamo, sui traguardi che abbiamo già raggiunto, sugli obiettivi realizzati.

Ricordiamoci che le emozioni sono stati momentanei. Dipendono da come osserviamo la realtà. Siamo noi che decidiamo se dare spazio, con i nostri pensieri, alla mancanza o alla presenza.

Scegliere di vedere il bicchiere vuoto o mezzo pieno o totalmente pieno dipende solo dal nostro sguardo ed è da questa scelta che dipende il nostro benessere, il nostro senso di pienezza.

praticare la gratitudine

numero3 Coltiviamo l’entusiasmo

Spesso siamo portati a credere che siano le cose che facciamo o le situazioni che viviamo a generarci entusiasmo, in realtà essendo un’emozione siamo noi a generarlo quando ci dedichiamo con calma, cura, presenza, attenzione a qualcosa, qualsiasi cosa sia.

L’entusiasmo lo scegliamo. È l’atteggiamento con il quale decidiamo di approcciarci alle cose ed alle situazioni della nostra vita.

Vivere con gioia, con entusiasmo, con passione tutto ciò che abbiamo da fare ci porterà a percepire una grande pienezza nel cuore, un grande senso di realizzazione.

 Cantiamo, balliamo, ridiamo e ringraziamo

Luciana Landolfi nel suo libro “Respira come se fossi felice” afferma che i quattro strumenti di autoguarigione più potenti per una creatura terreste sono: cantare, ballare, ridere e ringraziare.

Avete mai sperimentato l’effetto che su mente, corpo, emozioni e spirito ci lasciano queste azioni?

A me danno una carica pazzesca, l’entusiasmo va a mille, i colori con cui osservo il mondo diventano più luminosi e splendenti. Riesco più facilmente a cogliere la bellezza in ogni dove, il senso di pienezza, di appartenenza abbonda!

Provare per credere!

entusiasmo

nuemro5 Amiamo

Una vita ricca d’amore è una vita piena. Spesso in realtà quello che ricerchiamo è essere amati ma questo può diventare per noi, una trappola d’infelicità.

Il desiderio di essere amati ci porterà prima nell’aspettativa e poi nella pretesa di ricevere l’amore come vogliamo noi, quando vogliamo noi, nel modo esatto in cui lo vogliamo.

Per approfondire leggi anche: crisi di coppia, da cosa nasce e come superarla

Aspettare l’amore, in ogni sua forma, da fuori non farà che aumentare o riattivare continuamente il senso di vuoto. La nostra vita sarà veramente davvero piena e paga solo quando per primi inizieremo ad amare.

Amare ci permette di riempire dall’interno la nostra vita di questa energia che solo così potremmo condividere con il mondo.

Il paradosso è che, per sentirci felici, cerchiamo fuori un qualcosa che abbiamo già dentro… L’amore.

Amare è nella nostra natura e ci accorgiamo di questo perché quando amiamo stiamo bene. Ci sentiamo forti, sereni e felici perché il voler amare ci spinge a tirare fuori il meglio di noi per offrirlo al mondo.

Amare è una scelta, consapevole e volontaria, che si concretizza nel rispetto, nella comprensione, nella gentilezza, nella presenza, nel sostegno, nell’ascolto di noi stessi e dell’altro.

Riempie di senso la nostra vita perché ci porta a dare un immenso valore al presente. Ci spinge a vivere ogni cosa con profondità. Ci porta ad Esserci. Ci sfida a vivere pienamente e non a lasciarci vivere passivamente dalle situazioni.

imparare ad amare

Se vogliamo colmare il senso di vuoto non abbiamo da riempici di cose, abbiamo da allenare la presenza per imparare ad assaporare ciò che c’è nella nostra vita. 

È la presenza ci porta ad accorgerci di ciò che c’è, a dare valore a ciò che abbiamo, a godere di tutto quello che ci circonda. È lei che ci rinnova continuamente l’occasione per scegliere di dare il meglio di noi.

Ed è proprio nel dare il meglio di noi, ovvero nell’amare, che tutto assume significato. E in una vita ricca di significato non c’è posto per il senso di vuoto.

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